Mercoledì 1 maggio 2019 Il Messaggero, Abruzzo
di Pierluigi Mantini
Il grido di dolore di Stefano Pica Alfieri, su queste pagine, è giusto e fa pensare anzi dovrebbe aprire una riflessione pubblica, civica, collettiva.
Il risultato più importante della ricostruzione, nel bilancio del suo decennio, è stato senza dubbio la restituzione all’Aquila, all’Italia, al mondo dei grandi palazzi storici, di origini medioevali, rinascimentali, del Settecento.
La ragione precisa di questo risultato è costituita dal fatto che tale ricostruzione “semipubblica” è stata guidata dalla Soprintendenza, organo periferico dello Stato, che ha competenze specifiche e poteri, in un contesto urbano connotato da oltre mille immobili “vincolati”.
Non analogamente è avvenuto per le opere pubbliche, che infatti sono in gravissimo ritardo, poiché è stato colpevolmente trascurato il ruolo del Provveditorato alle opere pubbliche, altro organo periferico dello Stato, che è da anni semi-vuoto, abbandonato, privo di competenze e di poteri, mentre invece avrebbe dovuto essere “la più grande stazione appaltante italiana” in quello che è stato definito “il più grande cantiere edilizio d’Europa”.
Mi sono molto battuto in parlamento per questo scopo, a parole sostenuto dall’allora ministro Barca, ho persino fatto 8 giorni di sciopero della fame, accompagnato “a staffetta” da 101 aquilani, ma senza risultato.
L’assenza di una “centrale unica degli appalti”, dotata di competenze e risorse, è stato il più grande errore del decennio della ricostruzione.
Non è stato così per i “palazzi storici”, sotto la vigilanza privilegiata della Sovrintendenza, sicché è avvenuto che edifici di pregio, prima del sisma per lo più degradati, hanno ricevuto una pioggia di milioni pubblici e di amorevoli cure, moltiplicando il proprio valore (potenziale).
Come già osservò Silone “il terremoto rende tutti uguali ma la ricostruzione no”.
Ora questi meravigliosi palazzi, che sono l’orgoglio e l’identità della città intera, sono ancor più di “interesse pubblico”, “testimonianza materiale di civiltà” (nota definizione di bene culturale) ma anche dell’amore e dell’impegno della collettività che ha generosamente finanziato un restauro che è andato molto oltre la semplice ricostruzione.
Questi palazzi non sono l’espressione dello slogan “dov’era, come era”, ambiguo leit motiv della ricostruzione, ma sono invece “molto più belli di prima”, come giusto, cosa che però non vale per la città.
Perché? Perché si ha il forte dubbio, e ci auguriamo di sbagliare, che nessuno abbia ben pensato alla ricostruzione economica della città, già prima del sisma in difficoltà, nessuno abbia pensato alla ricostruzione edilizia ma insieme ad un’idea di città e di economia di territorio, ad una città che produca energia dai propri tetti, ad una funzione nuova per il Gran Sasso o per “avvicinare e integrare” meglio L’Aquila con Roma, insomma ad un progetto per proiettare la città storica nel terzo millennio, con un futuro per i giovani e chi lavora e investe. Dopo oltre 7 miliardi e 10 anni di lavori, le scuole non sono ancora in sicurezza, non ci sono nuove architetture di rilievo, ma è stato realizzato un numero di stanze che è già per il triplo degli abitanti residenti, senza tuttavia la certezza di un futuro. Però abbiamo i “nostri” splendidi palazzi che dovrebbero essere le “nuove fabbriche”, di cultura, turismo, professioni, enogastronomia.
È giusto il “grido di dolore” di Stefano Pica Alfieri che rivendica attenzione per il suo meraviglioso Palazzo ma, è questo il punto, a chi esso è rivolto? Con chi se la prende?
Il “pubblico”, ossia lo Stato con i soldi dei cittadini, ha già fatto molto, moltissimo per restaurare e valorizzare il Palazzo, ogni palazzo storico, forse ora tocca un po’ ai privati ossia all’economia.
O si pensa che tutto debba essere pubblico? O fatto con i soldi pubblici?
Questa visione, se fosse così, segnerebbe la morte della città, di qualunque comunità. La ricchezza si crea con il lavoro, il merito, i progetti di successo non con l’assistenzialismo o l’accaparramento di risorse pubbliche.
Le splendide “residenze di storia”, restaurate e valorizzate a L’Aquila, meritano di essere ora parte di un progetto economico, culturale, sociale più ampio e sono certo che le istituzioni pubbliche non si tireranno indietro.
Ma sono i proprietari che devono essere buoni imprenditori, non rentier, che devono dimostrare, dopo avere molto avuto, di saper custodire i beni culturali che possiedono aprendoli al “godimento pubblico”, come stabilisce la legge, e di saper valorizzare la proprietà “assicurando la funzione sociale” di essa (art. 42 Cost.).
Non è più come dopo il terremoto del ‘700, non ci sono più titoli nobiliari da commerciare. L’“economia dimenticata” del territorio aquilano attende i loro progetti.

